DAL MONDO
   
 

MILANO - ITALIA

Abbiamo prenotato il sole



Una violenta grandinata si è abbattuta su Milano, nel pomeriggio di sabato 5 maggio, vigilia della festa della scuola all'«Istituto Maria Immacolata». Con chi se la stava prendendo il cielo? E perché questa sfida, quando sappiamo che, almeno nel desiderio, ogni festa si coniuga con la luce benefica del sole? Qualcuno però deve essersi fatto sentire presso il buon Dio. Col nuovo giorno infatti il cielo si è schiarito. Solo qualche nuvola vagante s'è divertita a mettere alla prova la fiducia di chi - ed eravamo in tanti! - aveva chiesto una giornata di sole. E così è stato. Non solo, ma è parso che questa scadenza annuale condensasse in sé un'attesa nuova, una gioia diversa, una trepidazione fiduciosa, quasi a liberare il campo da previsioni, climatiche e non, poco rassicuranti.

Dopo i preparativi, avviati molti mesi prima e concentrati negli ultimi giorni, secondo una regia nascosta e laboriosa (verrebbe da dire 'alla Maria Bambina'), tutto è andato per il verso giusto, senza grandi tensioni, anzi con l'agilità e la grazia delle nostre piccole ballerine.


La partenza ha dato il 'la' alla giornata con la Celebrazione eucaristica partecipatissima e che ha visibilmente coinvolto tutti.
Il giovane sacerdote della parrocchia, don Marco, ha saputo tradurre la parola di Dio andando al cuore delle cose e delle persone. La parola-chiave, da cui ha preso avvio la sua riflessione, è stata 'conoscere': un verbo molto appropriato per un contesto scolastico. 'Conoscere' - secondo la Scrittura - è 'amare': Dio conosce gli uomini, perciò li ama; i genitori conoscono i figli, perciò sono chiamati a investire tutte le loro energie per amarli con intelligenza e passione, per ascoltarne i bisogni e intuirne i sogni, per costruire con loro e per loro un futuro di speranza; conoscere, per i figli, è ricambiare l'amore ricevuto e investirlo in un impegno sempre più responsabile.

Conoscere chiede competenza e passione ai docenti, rispetto e desiderio che gli alunni siano debitamente agguerriti, protagonisti del futuro che li attende e a cui debbono dare il loro contributo. «I care»: è questa indistruttibile passione di don Milani che deve dare respiro e forza a ciascuno, secondo il proprio posto nella vita. È questo 'stare a cuore' che consente a tutti di reggere a ogni fatica e allargare gli orizzonti; è questo amore per la vita che la rende degna di essere vissuta.


  La giornata si è snodata vivace e al tempo stesso tranquilla: dal simpatico concerto tenuto dai ragazzi del liceo al coloratissimo lancio dei palloncini;
dalle premiazioni «Imiadi 2012» alle gare sportive di calcio (liceo e medie);
dalle attrattive de «II paese dei balocchi», realizzato dai più piccoli, alla scatenatissima caccia al tesoro;
dalla simpatica «Storia di Filippotto» (gruppo teatrale primaria/media) alla sottoscrizione a premi;
dai banchetti piazzati lungo i corridoi con libri, torte, mercatini vari, alla vendita del «Giornalino» (primaria e infanzia) e alla bellissima rassegna di foto per il concorso «Dalla identità delle origini ai luoghi dell'identità» (tema davvero suggestivo), fino all'immancabile esposizione dei disegni degli alunni che hanno trasformato corridoi e pareti della scuola in piccole gallerie d'arte.

Come di consueto, un angolo è stato riservato alla vendita dei fiori per la «Cascina verde», una comunità di recupero per tossicodipendenti: una sollecitazione a tenere gli occhi aperti su orizzonti più ampi, su una realtà giovanile meno fortunata.
 
 

Verso le 18.00 il sole si è ritirato, cedendo il posto a un vigoroso acquazzone, un sistema del tutto... naturale per annunciare: «Signori, si chiude!». Del resto, il sole prenotato last minute non ha deluso. Con la nuova settimana, si riprende a viaggiare sui binari della normalità. Già. Ma fino a quando? Con quali prospettive, quali speranze?

Mi colpisce un pensiero di p. Christian de Chergé, superiore dei monaci di Thibirine: «Non c'è speranza se non là dove si accetta di non vedere l'avvenire». E l'avvenire che Dio ci assicura è sempre una speranza buona.

Fin qui la festa che, per sua natura, indossa abiti sempre allegri e induce, almeno per un giorno, a una sana spensieratezza. Ma sulla festa, lo sappiamo bene, prevale la ferialità, fatta di lavoro e di fatica, oltre che, ovviamente, di passione. Nel campo educativo, la ricerca si muove quasi sempre dalla periferia per giungere al cuore dei bambini e dei giovani. È un lavoro paziente, che richiede tatto e rispetto per la storia di ciascuno, che non può sottrarsi alla responsabilità di fornire a queste giovani vite la lanterna di Diogene, nella ricerca dell'uomo che è in loro stessi, volta a quella conoscenza di sé contrassegnata da ricchezze e da vuoti, spesso attraversata da inconsapevoli lacerazioni, da silenzi bui e profondi come voragini in cui si rischia di precipitare, se una mano amica non ci afferra e ci salva.

Un educatore non può rassegnarsi di fronte a questo delicato aprirsi alla realtà, quella del nostro tempo, che appare sempre più frequentemente conflittuale e difficile fin dall'ambito familiare, là dove i figli dovrebbero trovare sicurezza, allenarsi alle fatiche della vita, crescere nella responsabilità, nella libertà consapevole e disposta al dono di sé. Non si può insomma limitarsi a prendere atto di una famiglia che cambia i suoi connotati tradizionali, di una generazione che necessariamente è diversa da quelle precedenti, ma non per questo più forte e agguerrita.

Chi educa sa anzitutto mettersi in ascolto di chi gli sta davanti, per far emergere dai silenzi e da un'apparente apatia un mondo spesso in subbuglio e dolorante, una fragilità che rischia di divenire autodistruttiva e/o di distruggere tutto ciò che le sta intorno; sa come stimolare il coraggio di esporsi, di dirsi e di dire, di scegliere e di agire. Chi educa non teme gli egoismi di questa stagione della vita, del resto comprensibili e con maggiori attenuanti rispetto a quelli degli adulti. Chi educa non può ritenere comunque valide le ricette vincenti del passato, ma deve saper proporre alcuni irrinunciabili valori con le modalità richieste dal mutare dei tempi.

Cose tutte che ogni educatore ben conosce. A lui, però, non può né deve venire mai meno l'insostituibile risorsa: l'intelligenza del cuore, quella che, per dirla con Dante, si sprigiona da un «intelletto d'amore».



suor Alfonsina Galliani





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