DAL MONDO
   
 

GORBANDHA - NEPAL

Ridare speranza


 

Sunil Kumar è un giovane del nostro villaggio, Gorbandha, che da sedici anni è nel carcere centrale di Bareilly (Uttar Pradesh-India). Viene da una povera famiglia Kumal, cioè del gruppo dei 'vasai'. Dopo aver frequentato la scuola locale, all'età di quindici anni aveva deciso di andare in India in cerca di lavoro. Passata la frontiera del Nepal, si era trovato coinvolto in una grande massa di gente e, senza sapere che cosa stesse succedendo, era stato arrestato dalla polizia per un caso di omicidio e messo in prigione.

Non essendo ancora maggiorenne, era stato trattenuto dapprima nel carcere di Gorakhpur, dal quale suo padre aveva cercato di farlo uscire, ma avrebbe dovuto pagare una forte somma di denaro che non possedeva. Non aveva perciò continuato le pratiche, ed era morto di dolore poco tempo dopo.

Quando Sunil è diventato maggiorenne è stato trasferito nel carcere centrale, dove si trova da sedici anni. Qualche mese fa ha spedito una lettera alla sua famiglia dicendo che aveva bisogno di un po' di denaro. La mamma, analfabeta, si è rivolta a noi per farsi leggere lo scritto, così abbiamo deciso di tentare qualcosa per farlo uscire di prigione.



 

Dovendo io andare fino a New Delhi per un incontro di provincia, ho preso con me suo fratello e il cognato, e ho fatto una deviazione per Bareilly. Ci siamo rivolti al vescovo della città, che ci ha aiutati a ottenere il permesso di entrare nel carcere. Dopo una infinita procedura, siamo stati accompagnati in un lungo corridoio, chiuso da inferriate, per vedere Sunil. Si può immaginare con quale ansia lo aspettavamo.

Il fratello aveva solo cinque anni, quando Sunil era partito da casa e la sorella non era ancora sposata, perciò non potevano riconoscerlo. L'agente di custodia ci ha accompagnati fino in fondo a quel corridoio, dove un giovane dal sorriso aperto ci stava aspettando. Sunil, che da quindici anni non vedeva nessuno della sua famiglia, ma aveva ricevuto le foto che gli avevamo spedito, ha subito riconosciuto il fratello.

 
 

Avevamo appena cominciato a dirci qualcosa, quando la guardia ci ha annunciato che il tempo di visita era scaduto e Sunil è stato riportato in cella. Dopo un viaggio così lungo avevamo potuto parlare insieme solo per cinque minuti. Ci si sono riempiti gli occhi di lacrime. Allora ho deciso di andare dal sovrintendente del carcere a spiegargli la situazione. Ma che procedura! Dopo aver compilato una serie di lettere di domanda e dopo una lunga attesa, ho avuto finalmente il permesso di vederlo e di spiegargli tutto. Sentendo il nostro caso, egli ci ha permesso di rimanere con Sunil in cortile per una buona mezz'ora.

Sunil ci ha fatto tante domande sulla mamma e su tutti i suoi cari, ma con molta serenità, tanto che ne sono rimasta profondamente colpita e gli ho chiesto come potesse essere così. Mi ha risposto che aveva come compagno di cella un 'gùru' che gli insegnava tante cose buone.
L'ho incoraggiato a sperare perché ci saremmo impegnati a riportarlo a casa presto. Egli ha mostrato tanta riconoscenza alle suore per essersi prese questo grande compito e ci ha chiesto di pregare per lui.

Con l'aiuto del vescovo di Bareilly, che ha incaricato una suora avvocato di prendersi cura di questo caso, stiamo aspettando il giorno in cui Sunil sarà riunito alla sua famiglia.



suor Bernard Kurian T.






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