DAL MONDO
   
 

RIMINI - ITALIA

Speciale 'terremoto'


 

«A flagello terraemotus libera nos, Domine». Così recita un'antica preghiera, attribuita a San Memerto - arcivescovo della Valle del Rodano del V secolo - che campeggia sopra l'altare maggiore nella chiesa di San Bernardino, nel cuore di Rimini.
È stata incisa in seguito al terribile terremoto che nel 1728 ha devastato la città - e non era il primo - al quale sono seguiti, a distanza circa di un secolo l'uno dall'altro, altri due eventi disastrosi.
Dall'alto ci ricorda che da sempre la terra non è solo madre, ma è anche sorella che condivide le nostre fragilità, imperfetta come ognuno di noi.

La terra trema e pare volersi scrollare di dosso l'uomo, lo percuote, talvolta lo uccide, e insieme alle case manda in frantumi i piedistalli, più o meno alti, delle sicurezze che ciascuno di noi momento dopo momento si è costruito, nell'illusione di bastare a se stesso. Il terremoto, che dal 20 maggio 2012 devasta le terre dell'Emilia con sempre nuove e imponenti scosse, ha propagato con le sue ampie onde sia la paura sia la chiamata alla solidarietà ben oltre i confini di quelle province. Anche a Rimini ne abbiamo avvertito gli effetti, con il pensiero rivolto a chi lo stava vivendo drammaticamente con la perdita di persone care, di amici, con il crollo della casa o del luogo di lavoro, dei monumenti e delle chiese che sono l'identità stessa di ogni città.


 

Quando la Protezione civile di Modena ha interpellato il nostro «Istituto Maccolini » con la richiesta di una disponibilità all'accoglienza di anziane allontanate dalla propria abitazione situata in 'zona rossa', la risposta non si è fatta attendere.

Fra la telefonata e l'ingresso della prima 'sfollata' non è passata un'intera giornata.
Suor Anna Enrica dall'Oglio e Matteo Guaitoli hanno sentito ancora una volta che l'intelligenza della carità, che è l'anima dell'Istituto, è chiamata a operare a 360°.

Ciò che per le suore di Maria Bambina è carisma, per noi laici che collaboriamo all'interno del «Maccolini» è diventato stile di vita con il quale affrontare ogni giornata di lavoro, gomito a gomito, spalla a spalla, cuore a cuore con chi è nel bisogno.

«Soffrire non ha senso - scrive Emmanuel Lévinas - ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell'altro è la sola giustificazione della sofferenza, è la mia più grande dignità. La compassione, cioè, etimologicamente, soffrire con l'altro, ha un senso etico. È la cosa che ha più senso nell'ordine del mondo».

Il 31 maggio è così arrivata Rina, una bella signora di 92 anni, da Mirandola in auto con il figlio e la nuora, ancora scossi, ma con un gran bisogno di raccontare, di condividere per elaborare un'esperienza di dolore viva e bruciante. Rina cammina con le stampelle per i postumi di un intervento ma ci tiene subito a farci sapere che a Mirandola viveva da sola. Dopo il boato del 20 maggio è stata costretta ad abbandonare casa e cose, e a dormire alcune notti in un furgone, mentre i familiari avevano trovato rifugio in auto. Nei campi di accoglienza era stata raggiunta la saturazione e le persone, per quanto possibile, erano invitate a spostarsi altrove, ospiti di amici o di familiari in altre città. Rina, date le precarie condizioni di salute, ha accettato la proposta delle assistenti sociali di trasferirsi a Rimini, per non gravare sui figli già tanto provati dalla situazione e contenta di sapersi accolta in un istituto religioso nella città in cui la sorella, ora morta, aveva vissuto dopo le nozze con un riminese.

II coraggio di Rina ha poi aperto la strada verso il Maccolini anche ad altre due concittadine, Maria Luisa e Lia. Sono signore che si conoscono bene: Maria Luisa, di anni 90, è stata per quarant'anni la maestra di Mirandola; Lia, di anni 82, era la parrucchiera; Rina con il marito vendeva le pesche di loro produzione. Tutte vicine di casa, abitanti in centro storico. Maria Luisa la casa non ce l'ha più. La palazzina dove abitava con le famiglie di due dei suoi figli è crollata, e sotto le macerie sono rimaste anche le loro attività, una palestra e un ufficio. La palazzina di Lia invece è ancora in piedi ma dal momento della prima scossa è potuta entrare un'unica volta per pochi attimi insieme a un vigile del fuoco per prendere poche cose indispensabili.

Raccontando, Maria Luisa è scoppiata a piangere, e scusandosi ha ammesso che era la prima volta che si lasciava andare da quando il terremoto le aveva cambiato la vita. Voglio restare qui con voi - ci ha confidato - tanto la mia casa non c'è più. Rina invece sogna di tornare a Mirandola, alle rose del suo giardino. - Sto benissimo a Rimini, ma tornerò quando sarò vecchia -.
Giusto, in fondo ha solo 92 anni!

Lia, che è l'ultima arrivata, non fa che decantare le lenzuola pulite, il pranzo servito a tavola, la televisione con i suoi programmi preferiti. Ha vissuto in tenda per oltre due settimane, con una brandina per letto, i bagni distanti da raggiungere, in fila per la distribuzione dei pasti, fino a che non è finita in ospedale per una crisi d'asma.

 






 

Le tre nuove amiche sono state avvolte fin dai primi momenti da una calda coperta di affetto dalle signore ospiti del reparto «San Giuseppe», piene di premure per 'le sfollate', da suor Paola che è 'la mamma' di queste nonne, da suor Anna Enrica e da Matteo, dalle operatrici. Non finiresti mai di coccolarle, per cancellare per qualche istante la paura e la tristezza che si leggono nei loro occhi.

È una storia che prosegue e si riallaccia con fili invisibili ma tenaci a chi ha posto le basi di questa che a Rimini è diventata un'istituzione molto amata.


Paola Botteghi
segretaria - addetta amministrazione
web site official: www.suoredimariabambina.org