DAL MONDO
   
 

BASSANO DEL GRAPPA - ITALIA

Accanto al malato



Ritengo importante condividere l'esperienza vissuta accanto a persone che soffrono. Sono stata caposala per tanti anni e da nove sono in "casa Gerosa" a Bassano del Grappa, dove collaboro nel servizio alle suore anziane e nellìassistenza religiosa nell'Hospice. Considero le persone bisognose miei fratelli perché siamo tutti figli di uno stesso Dio e Padre, anche se ognuno si rivolge a lui con nomi, espressioni e modi diversi e tutti meritano profondo rispetto, solidarietà umana, soprattutto quando si trovano nella sofferenza, nel bisogno o nella malattia.



 

Condivido pienamente l'affermazione che "accanto all'uomo che soffre occorre la presenza di un altro uomo, libero per servire e amare la vita fino alla fine; che bisogna saper rivolgergli lo sguardo dei nostri occhi, della nostra mente e del nostro cuore, ricco di quella presenza amorosa di Cristo che soccorre e consola chi vive nel dolore". Mi è di notevole aiuto e sento come un 'mandato' la parabola evangelica del "buon samaritano" riportata dal Vangelo di Lc 10,29-37. Il buon samaritano non guarda chi è il bisognoso, a quale cultura appartenga. L'evangelista sottolinea che egli vide l'uomo ferito e ne ebbe compassione, si prese cura di lui. E Gesù infine disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso!".

Accanto al malato tutto è importante e prezioso: possono essere una parola opportuna, un piccolo gesto, un sorriso di incoraggiamento, un silenzio di ascolto. Ricordo un malato che mi voleva offrire sempre una caramella e una sera mi ha detto: "Prendila ancora oggi, perché domani, chissà ..., forse non potrò più dartela". Mi ha fatto piacere, perché ho compreso che questo suo gesto era espressione di benevolenza verso di me, ma anche di consapevolezza del momento finale della sua vita.

 


 



Le persone che ho incontrate sono tante, di fede cristiana più o meno praticanti e anche molto lontane dalla Chiesa. Con il malato straniero: mussulmano, evangelico e ortodosso, ho cercato di conoscere, di capire e di rispettare la sua cultura, la sua religione e le sue tradizioni provvedendo ciò che desiderava, sia nella malattia sia nel momento della morte. Inoltre ho sempre cercato di metterlo in contatto con i rappresentanti della comunità religiosa di appartenenza. In diverse occasioni ho potuto cogliere che, in genere, il tempo della malattia porta spesso la persona a interrogarsi, a rivedere la propria vita, a ritrovare se stessa, a desiderare la pace, la riconcliazione con Dio, con la famiglia o con il mondo in cui vive.

Un paziente cristiano mi domandava come poteva vivere bene l'ultimo tempo della sua vita. Io gli ho suggerito di affidarsi a Dio con l'espressione "Signore, mi fido di te!" ed egli mi ha risposto semplicemente: "Mi piace!". Ciò lo ha aiutato a superare momenti di timore e di paura. Un altro malato, anziano, ma forte e lucido, mi diceva: "Non sono un frate ma portami la Comunione ogni domenica e quando ci sono le feste importanti!".

 

Il mondo della fragilità umana diventa per me una scuola nella quale continuo a imparare molto, soprattutto a mettermi in profondo ascolto del fratello per sapergli offrire pace, serenità e fiducia. Per i malati sono sempre di consolazione e di incoraggiamento le parole del Vangelo: "Non abbiate paura ... Io sono con voi fino alla fine dei giorni!". Nel periodo della malattia, nella persona possono prevalere paura, rimorsi, inquietudini. L'esperienza sempre più mi convince che c'è bisogno di molta comprensione e pazienza perché il malato si ritrovi in armonia con se stesso e con gli altri e affronti meglio l'addio alla realtà che lo circonda.

Il modo con cui si lascia questo mondo dipende molto da come si è vissuto e dall'atteggiamento delle persone che ci sostengono nel momento dell'addio. L'avere cercato di trascorrere un'esistenza ricca di senso e di valori aiuta a morire serenamente. Un malato infatti mi confidava: "Non ho paura di morire perché, in fondo, ho sempre lavorato e pensato alla mia famiglia con onestà e ho cercato di aiutare tutti quelli che evevano bisogno, soddisfatto di aver fatto contento qualcuno".
Ci sono state persone che, dopo una vita disordinata e critica, hanno desiderato avvicinarsi a Dio, chiedendo anche i Sacramenti. La Scrittura dice che Gesù Cristo con la sua morte e resurrezione ha vinto la nostra morte e ci ha donato speranza. Queste certezze animano anche il mio servizio e mi aiutano ad apprezzare il dono sacro della vita, a vivere ogni istante, il più coscientemente possibile, con serenità e fiduciosa speranza.

Concludo con un testo di Sebastiano Salgado che mi ha colpita e mi ha fatto molto bene: "Lungo un sentiero ripido e pietroso incontrai un giorno una bambina che recava sulla schiena il suo fratellino. "Cara bambina, le dissi, come fai a portare un carico così pesante?". Ella mi guardò e disse: "Non è un carico, signore, è mio fratello!". Restai interdetto. La parola di questa bambina si è impressa nel mio cuore. E quando il dolore degli uomini mi opprime, quando ogni coraggio mi abbandona, la parola della bambina me lo ricorda: "Non è un carico quanto stai portando, è tuo fratello!".


Suor Donata Lombardi

 

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